I Nebrodi tra naturalismo e religiosità. La cavalcata in onore di S. Calogero a Cesarò.

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Filed Under (Eventi, Luoghi dell'abitare, Miti, linguaggi) by Pino Campo on 18-07-2010

 
Come ogni anno, ormai da sei edizioni, l’ultima domenica di giugno  si  svolge la tradizionale cavalcata in onore del santo Patrono di Cesarò, san Calogero. Dopo la  festa, il 18 dello stesso mese, la devozione dei cesaresi si nutre di questa ulteriore manifestazione di affetto verso il proprio Patrono.
Nel 2005, per  iniziativa di alcuni giovani cavalieri di Cesarò, si è voluto ripercorrere la strada che è stata testimone del transito delle reliquie del Santo, trasportate sul dorso di una mula. La mula era guidata da un pastore il quale, in occasione del trasferimento delle spoglie mortali di san Calogero, (probabilmente da Sciacca verso il monastero di S. Filippo di Fragalà, nei pressi di Frazzanò) ne sottrasse una parte e si diresse verso sud; viaggiò per i boschi di Monte Soro e, più precisamente, entrò nel territorio di Cesarò attraverso un valico di montagna, particolarmente transitato da chiunque, a quel tempo: Portella Calacudera.
Secondo la leggenda, che i più anziani raccontano sempre con ardore e commozione, il pastore che stava trasportando con la propria mula le sacre reliquie, facendosi ormai prossima la sera, decise di passare la notte all’aperto, accampandosi nell’immediata periferia del centro abitato di Cesarò dove c’era – secondo lo Schifani – una mandria. Si dice che proprio in quel luogo ora sorga una chiesa (intitolata in seguito alla Madonna delle Grazie).
Quando sia successo non ci è dato sapere precisamente, né in che data e nemmeno in che tempo (sempre secondo lo Schifani si tratterebbe del XVI secolo). Quel carico così prezioso, contenuto dentro un paniere e nascosto all’interno delle bisacce (vertuli) della mula, non era destinato in un primo momento a Cesarò ma, sempre secondo la leggenda, grazie ad alcuni eventi fortunosi che quasi hanno del miracoloso, finì che vi rimasero. Da quella notte, le reliquie, che si trovavano in quel paese solo di passaggio e per puro caso, non lasciarono mai più Cesarò né i suoi abitanti. Provenienti da Sciacca, la loro prevista destinazione naturale era il convento dei monaci basiliani di san Filippo di Fragalà, sul versante nord dei monti Nebrodi.
Dopo aver sistemato con cura la bestia e le bisacce, appendendole “a ‘nu stanti”, il pastore si apprestò a riposare.  Così racconta Francesco Schifani (Cesarò - Cenno geografico – storico – demografico, Napoli, 1918):
 
Quando il corpo di S. Calogero veniva trasportato nel Mona­stero dei PP. Basiliani di S. Filippo di Frazzanò, un pastore, che era a conoscenza dei prodigi operati dal Santo, rubò tre dita, le nascose in un paniere e, con esse, fuggì per i monti. A sera capi­tò in Cesarò e quivi si fermò per passare la notte in una mandria sita dove adesso sorge la Chiesa della Madonna delle Grazie. Il pa­niere l'appese allo stanti (albero secco a più rebbii, ai quali i pasto­ri appendono i recipienti col latte munto di sera) e andò a dormi­re, ma con immenso suo stupore, all'indomani, appena destatosi, trovò quel legno secco trasformato in un albero altissimo. A stento riuscì ad arrampicarsi e a riprendere il paniere che caricò sulla mu­la e poscia si congedò dagli altri pastori stupiti dello strano feno­meno. Uscito dal paese e arrivato là dove oggi c'è il ponte della fornace, la mula rimase impelagata nel fango e non ci fu forza d'uo­mini che potesse liberarla, malgrado gli sforzi e i tentativi fatti da parecchi. Infine un bambino di 4 anni, avuta la corda, riuscì a far camminare la mula, la quale, dopo un duecento metri, invece di proseguire pei monti si avviò nuovamente per il paese andando a fermarsi nella piazza che adesso porta il nome di S. Calogero. I compaesani che avevano osservato questi fatti, venuti a conoscenza che sulla mula vi erano le reliquie, ritennero che il Santo volesse che restassero in paese e chiesero al pastore di lasciarle. Si rifiutò costui e corse a nasconderle col paniere in un pozzo vicino, dove un dito cadde nell'acqua, ma le altre due furono ricuperate. I Ce­saresi, abbandonando allora la protettrice S. Caterina, si posero sot­to la protezione di S. Calogero e a lui costruirono una chiesa nel luogo dove la mula andò a fermarsi per l'ultima volta.
 
Come accennato – su idea di due giovani appassionati di equitazione – furono fatti i preparativi per la prima volta e, fin da subito, vennero invitati e coinvolti a partecipare a tale manifestazione anche i cavalieri santeodoresi. Con grande entusiasmo e vero sentimento religioso, fu prontamente accolto l’invito degli amici cesaresi e, senza che ne sia mai venuto meno negli anni seguenti fino ad oggi, l’iniziativa è stata portata avanti nelle altre cinque edizioni con la stessa devozione iniziale. Anzi, ad ogni ricorrenza ne è uscita rafforzata ed ogni volta una nuova commozione ci esorta a proseguire su questa strada. Da quell’anno, i partecipanti hanno voluto etichettarsi come “I cavalieri di San Calogero.
 
 
Il programma della cavalcata rimane sostanzialmente invariato. Già prima dell’alba i due paesi si animano di uno strano fermento, non usuale per tutto il resto dell’anno. Nitriti e distintissimi rumori di zoccoli accompagnano il canto del gallo. I cavalieri, non appena pronti, si avviano per riunirsi in piazza san Calogero – la stessa menzionata dallo Schifani, dove il bambino condusse la mula con le reliquie  davanti alla chiesa, dove vengono custodite le reliquie del santo. L’arciprete dopo aver spalancato la porta della stessa ed acceso le luci all’interno, saluta i convenuti e, in seguito alla recita di una preghiera di rito, procede ad una solenne benedizione per cavalli e cavalieri.
Alla fine, verso le sette e trenta, si parte. Si procede con grande ordine, al grido di “Viva san Calogero”. I cavalieri defluiscono per la Via Trieste e guadagnano quasi subito la statale 289. Ormai il sole è alto quando la lunga fila di cavalcature lascia il centro abitato e si inoltra in aperta campagna, a nord, in Contrada Vina e Portella sant’Antonino.
Dopo aver percorso ancora un altro tratto − inevitabile − di asfalto, ci si addentra nel fitto del bosco di Portella Bufali. Da lì in poi però, fino all’arrivo a Calacudera, è solo un susseguirsi di ambienti verdissimi e di natura allo stato puro. Zone ancora non scoperte dal turismo di massa… C.da Cutò, Mazzaporro, Rinazzo e Lineri (per citarne alcune) fino alla cosidetta “acqua fridda”, dove i cavalli possono bere e riposare un po’. Da lì rimane da fare solo un ultimo tratto di circa quattro chilometri. Dopo poco più di tre ore dalla partenza da Piazza san Calogero, a Portella Calacudera, come ogni anno, veniamo accolti, al suono della banda musicale, da una folla di fedeli e devoti, anche forestieri, e dall’Arciprete P. Nunzio Vasta che ha già preso posto dietro all’altare già pronto, ornato di bianche tovaglie e dai paramenti atti al rito della Santa Messa.
Dalla prima volta, quest’anno il percorso tradizionale è stato cambiato. Una piccola, imprevista, variante – che però  ha fatto guadagnare una buona mezzora sul programma – dovuta alle abbondanti piogge dell’inverno precedente che hanno causato l’ostruzione del passaggio nel vallone di contrada Mazzaporro. Altro percorso, stessa bellezza, identiche mirabili sensazioni per la consapevolezza che ognuno dei cavalieri – almeno per me – mette nell’attuare quel rito ormai sacro.
Altro elemento di novità: un fazzoletto di colore rosso con la raffigurazione del Santo che ognuno  per quel giorno porta al collo con orgoglio.
 
 
Il programma, per le dieci e trenta circa prevede la celebrazione della Santa Messa. È il momento più importante e significativo della giornata, l’unica cosa di cui non si può fare a meno in una ricorrenza religiosa e popolare come questa. Il posto ove si svolge la funzione religiosa si chiama ancora, oggi come quando passarono le reliquie, Portella Calacudera. Storicamente era il punto di intersecazione delle varie trazzere, mulattiere e sentieri che percorrevano il territorio dei nebrodi. Anche se non ha più lo stesso significato di un tempo – quando le bestie da soma erano il solo mezzo di trasporto – probabilmente da quel posto sono anche transitate le reliquie del santo. Segna anche il punto di confine più a nord per quel che riguarda il territorio di Cesarò. Il nome del posto (calacudera) ha una spiegazione ben precisa. Sia che si andasse a sud verso Cesarò e San Teodoro o in direzione opposta, verso Alcara Li Fusi, Frazzanò, Galati, Longi o Mirto, essendo sulla sommità e segnando lo spartiacque fra i due crinali, in quel preciso punto iniziava la discesa ed era vitale “abbassare” un’apposita cinghia in cuoio – chiamata “cudera”, per l’appunto – sotto la coda dell’animale, al fine di evitare che il basto (varduni) scivolasse in avanti.
La partecipazione popolare alla Santa Messa è molto numerosa e sentita (non altrettanto si può dire, purtroppo, dei cavalieri)
Alla fine della Messa si procede con la cerimonia del sorteggio dei premi messi in palio.
La giornata si conclude con il ritorno in paese per attuare l’ultima parte del programma che prevede una sfilata per le vie del paese di tutte le cavalcature partecipanti.
Una raffica di spari e giochi pirotecnici chiude la manifestazione.
È quasi buio. La giornata, per i cavalieri, finisce come era cominciata, badando ognuno alla propria cavalcatura. La gente invece può godersi lo spettacolo musicale che si tiene fino a tarda notte in Piazza Matteotti.
 
Pino Campo
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