Figure dell’identità collettiva:il cantastorie in Sicilia

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Filed Under (Persone) by Francesco Gusmano on 15-03-2009


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Turiddu Bella e Orazio Strano (foto www.cstb.it)


Forse discendenti dagli antichi rapsòdi, i “cucitori” di canti epici dell’antica Grecia, i cantastorie rappresentano di certo uno dei tratti più tipici della cultura isolana. Non v’era piazza o angolo di paese in cui non risuonasse, almeno una volta nel corso dell’anno, la voce chiara e potente di questo eroico cantore, capace di riunire attorno a sé un’affollata torma di coppole e visi bruni. Curiosi, estatici, ammutoliti plaudivano alle storie rievocate, fossero le gesta, ardimentose ed eroiche, d’un leggendario bandito o si trattasse invece  dei turgidi e truculenti amori di una bella fanciulla mediterranea contesa da due focosi e irrefrenabili amanti.

Qualunque fosse il tema lui, il venditore ambulante di sanguigne emozioni, dava forma, suono,  colore, immagine alle molteplici trame dell’epica popolare. Si alimentava così l’inconscio collettivo, quell’enorme catasto di simboli e archetipi che, da solo, costituisce il fondo oscuro, indecifrabile, aoristico dell’identità popolare. Un fondo “mitico” per l’appunto, fitto di inestricabili intrecci, carico di storie, brulicante d’umanità. Lì, in quel fondo oscuro, si ritrovava se stessi, le proprie rabbiose e colleriche accensioni per la giustizia violata, l’opposizione alla Legge, all’Autorità vista come pericoloso nemico da cui guardarsi le spalle; e poi le devastanti passioni d’amore, il loro rapido ed impetuoso accendersi, il loro altrettanto veloce consumarsi, il loro frequentissimo spegnersi in una pozza di sangue; e poi ancora lo straziante lavoro dei campi, il viavai dei carretti sui sentieri arsi e tortuosi, il sole rovente, la zagara, le giuggiole, l’asfodelo…

Nel racconto tutto si mostrava vivo più che mai, e si godeva di sé, dell’essere immersi in questa terra luminosa ma nel contempo -  come qualcuno ha scritto – striata di lutti, lacerata da incomponibili conflitti dello spirito. Nel racconto, insomma, era la Sicilia. Racconto di una terra che in realtà appariva,  innanzitutto, come la Terra del Racconto. Il novellare, il raccontar storie -  ha scritto una volta Bonaviri – è per il siciliano simile ad una placenta. Vi si adagia dentro, immerso nel suo liquido amniotico, custodito da una sottile membrana di parole  che lo protegge dalle insopportabili infrazioni del mondo. Le parole del cantastorie, così come quelle tramandate dalle anziane madri intorno ai focolari domestici,  blandivano gli animi degli astanti, bruciando oltretutto pure qualche oscuro spettro della mente.

Ma oggi, cosa resta di tutto ciò ? Oggi, dopo la scomparsa delle lucciole, e nell’attesa della morte del sole, c’è ancora un posto, un angolo di piazza per il cantastorie ? V’è ancora un circolare recinto di caldi mattoni disposto ad accoglierlo ? Ebbene, il recinto, la piazza forse sì,  si possono rintracciare. Ma non più le orecchie. Non vi sono più orecchie capaci di “sentire” quella musica, di trovare e cogliere nelle sue pieghe gli echi e i solchi profondi della coscienza collettiva.Oggi il cantastorie non è, e non può più essere, quel che è stato. Esso appare piuttosto nelle vesti dell’archeologo del quotidiano che non in quelle del tessitore di trame. Il tempo del racconto sembra ormai irrimediabilmente tramontato. La placenta si è ormai definitivamente squarciata. Del fulgore di Orazio Strano sì come  delle lussureggianti evoluzioni di Ciccio Busacca non restano che pallidi ricordi intrappolati nella mente di chi è fortunosamente scampato al naufragio del tempo.

Francesco Gusmano

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