I Nebrodi: crocevia di storia e cultura. Nota su “Il monastero di S. Filippo di Fragalà” di Shara Pirrotti

0

Filed Under (Luoghi dell'abitare) by Francesco Gusmano on 15-05-2009


sfilippo-di-fragala.jpg


La recente monografia sul Monastero di S. Filippo di Fragalà, edita dalla Officina di Studi Medievali, segna un punto fermo e sicuro nel panorama degli studi storici sull’età di mezzo. Il lavoro, molto ben documentato, della studiosa Shara Pirotti traccia un quadro preciso e al tempo stesso esaustivo delle vicende relative al Monastero di Fragalà, nei pressi di Frazzanò. Verrebbe quasi da dire che si tratta di una ricostruzione definitiva, vista la ricchezza di analisi, dati, documenti presentati nelle quasi cinquecento pagine del volume. Ad ogni modo, è certo che chi, da qui in avanti, vorrà cimentarsi con ricerche inerenti alla situazione storica della Sicilia orientale tra il finire dell’arabocrazia e il periodo del dominio normanno, per giungere sino alle soglie del secolo XV, avrà in questo lavoro un riferimento obbligato ed imprescindibile.

Ma veniamo ora al testo, alla sua struttura ed ai suoi contenuti. Lo studio ricostruttivo sul Monastero di Fragalà è articolato secondo quattro ampie scansioni, rispondenti alle più essenziali categorie dell’indagine storiografica. Vale a dire: la geografia, l’economia, la politica e la cultura.La prima parte è costituita da una dettagliata perlustrazione del territorio circostante il cenobio basiliano. Attraverso una indagine linguistico-toponomastica vengono portati alla luce i complessi e ramificati rapporti territoriali di Fragalà nell’ambito della Sicilia orientale. Per generoso volere del Conte Ruggero I il Monastero fu ricostruito e intitolato a San Filippo alla fine dell’ XI secolo. L’operazione si inseriva all’interno delle linee generali della politica normanna, secondo le quali i monasteri, coi loro metochia, cioè le strutture da essi dipendenti, dovevano servire come strumenti per il governo territoriale. Le concessioni loro elargite (beni immobiliari e terrieri, uso delle acque, ius pascendi et lignandi) erano il prezzo necessario per un controllo politico-amministrativo del territorio. V’era inoltre anche il tentativo di realizzare, ancora grazie all’attività religiosa e culturale esercitata dai Monasteri, un progetto di omogeneizzazione culturale, una dimensione – diremmo oggi un melting pot – in cui le diverse etnie potessero trovare una comune matrice di appartenenza. Il tentativo, com’è noto, fallì. Ma esso rimane un segno preciso del carattere molto sofisticato del progetto politico messo a punto dal casato normanno.Nella seconda sezione l’indagine si concentra sugli aspetti economici, sul modo in cui questi network interdipendenti di strutture monasteriali provvedevano alla loro sussistenza. S’è già fatto cenno alle consistenti concessioni dei sovrani normanni. Queste, tuttavia, già a partire dalla seconda metà del XII secolo, cominciavano a venir meno. I Monasteri iniziarono allora a mettere in atto accurate strategie di sussistenza. Significativo che tra i compiti del monaco indicati nei typikà, gli ordinamenti interni vigenti nei cenobi, vi fosse, oltre a quello più strettamente religioso della preghiera e dell’ascesi, anche quello di aver cura e di incrementare i beni patrimoniali del monastero. Assai indicativa in tal senso risulta una testimonianza, risalente all’anno 1247, in cui l’abate del monastero di Sant’Elia di Ambulà elogiava il monaco Pafnuzio per la sua capacità di incrementare le risorse del monastero ( semper cum incrementis bona dicti cenobii in sudore corpore sui augmentaret). La politica economica dei monasteri si organizzò secondo due direttrici fondamentali: il consolidamento – ma anche, attraverso permute e acquisti, il tentativo di accrescimento – del patrimonio esistente, e lo sfruttamento delle risorse disponibili. Il Monastero di Fragalà disponeva di una estensione di possedimenti molto vasta. Al suo interno oggi rientrerebbe tutta l’area del Parco dei Nebrodi, con in più delle enclaves, a sud nella zona del fiume Simeto e fino alle pendici dell’Etna, e a nord fino al mare attraverso i campi e i boschi di Naso. La gestione oculata di questo vastissimo territorio, con tutte le risorse in esso contenute ( legna, allevamenti, vigneti, oliveti, mulini) era decisiva per il mantenimento del Monastero coi suoi metochia. Talora si faceva ricorso anche a vere e proprie attività speculative, come la concessione di prestiti ai contadini a condizioni assai onerose cosicché, l’impossibilità di corrispondere il dovuto alla richiesta del creditore, dava luogo, per contratto, al pignoramento di beni materiali (spesso terreni). A quanto pare anche i monaci di S. Filippo fecero ricorso a questo sistema per acquisire terre da coltivare. Tutto questo durò fino alla instaurazione del regime commendatario, sul finire del XV secolo. Da quel momento il Monastero di Fragalà perse la sua autodespotía, la sua indipendenza economica, per divenire commenda dell’Ospedale Nuovo di Palermo.
E’ comprensibile come, data questa complessa struttura gestionale, fossero decisivi, per il Monastero di Fragalà, i rapporti con il potere politico.A scopo meramente esemplificativo della crucialità delle relazioni politiche basti menzionare le parole usate verso i sovrani normanni dall’abate Gregorio nel suo testamento. Parole in cui appare, limpidissima, la gratitudine e la riconoscenza per la generosità del “valorosissimo conte Ruggero”, per la disponibilità “della signora Adelasia e di suo figlio e giovane signore Simeone”. Una attenta politica di relazione, quella operata dagli abati di Fragalà, a partire dall’egumeno Gregorio, che si protrasse anche in epoca post-normanna, benché le condizioni dei rapporti fossero notevolmente mutate.Strettamente connessa alla sfera delle relazioni politiche è la dimensione culturale del Monastero. Da un certo punto di vista si può dire che essa ne costituisce in qualche modo il contesto di fondo. È noto (Strabone, Diodoro Siculo, Cicerone) che la Magna Grecia, sin dalla prima età imperiale, conobbe un decisivo processo di romanizzazione: l’identità linguistica greca fu quasi del tutto assorbita dal latino regionale che via via subentrava. Il dato linguistico mostra come molti suffissi greci siano connessi a prestiti latini (es. il toponimo “Frazzanò”, derivante da Flacciusma con la tipica ossitonìa del greco-bizantino).Tuttavia, osserva la Pirrotti, la presenza di armate imperiali che usavano il greco bizantino come lingua ufficiale innescò un processo di “deutero ellenizzazione”. La lingua greca si diffuse in tutti gli strati, sia come sermo cotidianus dei ceti inferiori, sia come lingua dell’amministrazione, sia a livello letterario (le opere del poeta-grammatico Costantino, i testi ecclesiastici, gli inni liturgici, i testi teologici ed agiografici). Con particolare riguardo alla produzione di argomento religioso, si può senza dubbio affermare che , fino a tutto il IX secolo, i cenobiti bizantini scrissero esclusivamente in greco, e furono così i principali vettori di trasformazione della cultura siciliana in senso bizantino. La coscienza siciliana – la coscienza cristiana siciliana- poté resistere, perlomeno nelle roccaforti orientali – quella Val di Demenna di cui parla Goffredo Malaterra – a due secoli di dominazione musulmana.
Il Monastero di Fragalà, in virtù della sua posizione geografica “privilegiata”, svolse un ruolo decisivo nelle dinamiche di tali processi culturali.Da un lato fu un potente accumulatore culturale: nella sua dimora giunsero numerosi testi, molti vennero studiati e copiati (vi si trovava, al suo interno, anche una prestigiosa scuola di calligrafia, gestita da maestri provenienti dal monastero del Patir). Il patrimonio librario divenne talmente cospicuo da far sì che venisse annoverato fra i maggiori centri di produzione siciliana. Fu sottratta all’oblio una serie di manoscritti greci (la pretiosa suppellex di cui parlò il gesuita Ottavio Gaetani, che vi attinse per le sue Vitae Sanctorum Siculorum) contenenti rilevanti esempi di poesia religiosa (tra essi gli inni del monaco Sergio dedicati ai santi Calogero, Gregorio e Demetrio).Dall’altro, grazie alla presenza di immigrati colti calabresi, contribuì a tracciare le linee culturali della Sicilia orientale innescando un processo di riellenizzazione dopo la lunga egemonia araba. Un importante crogiuolo dunque, di produzione, elaborazione e diffusione di modelli culturali.Assai cospicuo, infine, anche il patrimonio documentario: tra i diplomi, molto interessante - sotto il profilo paleografico, ma non solo - è quello della contessa Adelasia del 1109, che risulta essere il primo documento cartaceo europeo a noi pervenuto.Uno spaccato di storia siciliana, quello offerto dal Monastero di S. Filippo di Fragalà. Ma anche, al tempo stesso, uno scorcio sul primo formarsi della coscienza europea.

Post scriptum

Una nota di merito, oltre che all’autrice, va all’Assessorato Regionale ai Beni Culturali, nelle persone dell’Assessore Antonello Antinoro, del Dirigente Generale Romeo Palma e del Funzionario Delegato Giuseppe Dragotta. È al loro impegno che si deve la realizzazione di un prodotto di così elevato valore culturale. Senza dimenticare, tuttavia, chi ha posto le premesse, economiche ed amministrative, perché ciò avvenisse: l’on. prof. Alessandro Pagano, la cui sensibilità storico-artistica è all’origine del progetto; e il dott. Aurelio Pes, cha ha fattivamente collaborato alla pubblicazione del libro. Una prova, qualora ce ne fosse bisogno, che il buon funzionamento delle istituzioni produce perduranti effetti positivi nella dimensione civile. Naturalmente, vale pure l’opposto. Purtroppo.

Francesco Gusmano

Print

Write a comment