Storia e leggenda nella toponomastica di Capizzi

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Filed Under (Luoghi dell'abitare, Miti, linguaggi) by Marianna Fascetto on 15-11-2009

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I nomi delle vie, delle strade, dei luoghi tracciano i confini del nostro vivere. Definiscono i contorni del nostro spazio disegnando il perimetro immateriale delle nostre mappe mentali. Ne siamo incuriositi e alla fine l’abitudine  fa diventare quel nome familiare, anche  se si continua a ignorarne il significato. Eppure, attraverso la toponomastica, si può intraprendere un affascinante viaggio nella storia passata e recente, dove si possono incontrare gli uomini che l’hanno fatta, gli avvenimenti, il valore di personaggi illustri che si sono distinti per il loro particolare spirito morale, eroico, artistico, sociale, umano.

E allora iniziamo questo viaggio attraverso le vie e le viuzze, le piazze e le contrade di Capizzi, città che fa parte del territorio dei Nebrodi e che, con la sua storia e la sua identità, entra prepotentemente  ed in maniera peculiare nella cultura del più vasto e conosciuto territorio della Val Demone. E’ nei toponimi che si tramandano da secoli, alle volte corrotti dalla pronuncia, che si possono trovare tracce di leggende: come per esempio Via Dafni, il pastorello mitico a cui, si dice, si deve l’invenzione della poesia pastorale; o potrebbe essere un riferimento a popoli che hanno abitato o conosciuto Capizzi in tempi remoti.

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La Piazza della Cremazione ci riporta ad alcune usanze indoeuropee lasciate in eredità dai Siculi, come quella di cremare i cadaveri. Alla ipotizzata presenza cartaginese ci riporta il toponimo  di una contrada: Nèfari, a nord-est del territorio che confina con Cerami. Nèfari, infatti, fu uno dei tanti borghi di Cartagine, passato alla storia  come il primo villaggio a capitolare, determinando così, la distruzione di Cartagine nella terza guerra punica ad opera di Scipione Emiliano. Sia nel centro urbano che nel territorio vi è un toponimo, Via Pulcra, e la relativa contrada, Pulchera ( un tempo anch’esse Pulcra). Vista la disposizione , la prima era la strada che portava fuori dall’abitato verso la omonima contrada. Ma la stessa testimonianza della presenza romana è massiccia nella zona Pulchera-Fiumeggiano dove, nella vallata molto estesa, si può ipotizzare la presenza di un tempio dedicato al dio Bifronte. In questo fondo, detto Valle Pulchera, tra i numerosi ritrovamenti di reperti  di origine romana, nel 1687 si rinvenne una pietra  sepolcrale recante il seguente epitaffio:

D.M

M. VOLUMNI. ERATUS.

V.A. XXXVII M.VII

C. ANCITUS. MICO. M.P.

Il Cippus, così era chiamato il sepolcro di una persona ragguardevole, riportava con brevità le di lui gesta, gli anni e i mesi della sua vita e, in piede, si segnava il nome di colui che erogava la somma per costruire il sepolcro. Il Marco Volumnio menzionato è un poeta lirico, Erato la relativa musa e Caio Ancito Micone colui che  finanziò la costruzione. Viene da chiedersi perché questo poeta abbia concluso la sua vita a Capizzi, forse ospite di un facoltoso romano che nella contrada aveva la sua dimora, atteso che la stessa località è oltremodo amena e ubertosa. (a Marco Volumnio sono state intitolate nel complesso, tre vie). Piazza Cicerone invece, è uno slargo del vecchio corso Romano (oggi Dante Alighieri), dove, addossati ad una parete sono ancora visibili i resti di mura  squadrate di un abbeveratoio  millenario.

Sempre nella zona Fiumeggiano, in una grande vallata, giace uno spiazzo detto Pianosollenna, termine corrotto per dire Piano di Sollena, ma ancora meglio Piano della Sacra Solemnia. Questo Piano era destinato alla cremazione dei cadaveri e al sacrificio di animali in onore dei defunti, le cosiddette “Feste  inferie” dei Romani. Racconta lo storico Larcan che, non lontano da questo luogo, si videro spuntare le fondamenta di un edificio di forma circolare, realizzato con grosse pietre squadrate e pure tre pezzi di colonne di pietra scanalata a norma dell’ordine Dorico, ad ipotizzare un Tempio o un Hipogeo  di qualche illustre famiglia. Attraversando ancora le strade, si incontra la via Goti; dominatori che avevano conquistato la Sicilia nell’anno 530 e che furono poi debellati da Narsete, comandante Bizantino, nell’anno 552. Via Normanni, via Svevi, Piazza Aragonesi, ci riportano alla storia conosciuta, fatta di avvicendamenti, di conquistatori, di dominazioni e di assoggettamenti spesso mal tollerati. I Normanni  confermarono a Capizzi la sua importanza, costruendo anche le chiese maggiori come la Matrice e  la Chiesa di S. Giacomo Apostolo Maggiore, benché quest’ultima fosse una piccola pieve suburbana.

Sebbene Federico II di Svevia distrusse quasi totalmente Capizzi, anche a questa Dinastia la Città riconobbe l’importanza che meritava. Gli Aragonesi diedero a Capizzi un concreto benessere economico ma soprattutto protezione e benevolenza. Sorprendente è vedere come vi sia un toponimo, Via Antiochia, intitolato al un grande ammiraglio bizantino, passato al servizio del Re Normanno Ruggero II. Giorgio Rozio d’Antiochia (1100-1149), grazie al suo bilinguismo e alla sua familiarità col Mar Mediterraneo, fu presto impiegato come ambasciatore in missione presso la corte fatimica egiziana; Giorgio fu fondamentale per la prima sottomissione della Puglia e della Calabria ai Normanni. Nel 1135 la flotta Siciliana  al suo comando conquistò l’importante isola di Jerba, di fronte alle coste tunisine e nel 1146 sottomise Tripoli e stabilì l’autorità della Sicilia. Ma fra tutti i dominatori mai alcuno fu più inviso degli Angioini: non a caso di loro non vi è alcuna traccia se non nella simpatia che si ebbe nello schiacciarli. I moti dei Vespri, che durarono ben novant’anni, ebbero a Capizzi un appoggio e una adesione non da meno che in tutta la Sicilia, e il consenso dei capitini fu accorato e univoco. Capizzi dedicò a questi Moti la sua più importante arteria cittadina del tempo, la via Vespri, una Piazza Giovanni da Procida  e via  Lentini, vicolo dell’Abate. Giovanni da Procida era nato a Salerno nel 1210, questi, insieme ad Alcamo da Lentini, nato nel 1245, a Gualtiero di Caltagirone, Enrico Ventimiglia e Palmiero Abate, furono alcuni dei maggiori Signori che fomentarono la rivolta antiangioina dei Vespri siciliani. Si arrivò al pieno feudalesimo  e i tempi erano sempre più duri: di volta in volta Capizzi venne  ceduta in feudo, perdendo la propria condizione demaniale e i suoi cittadini si riscattavano puntualmente, a sudor di sangue e nei tiponimi non c’è alcuna traccia di quei profittatori che la vessarono iniquamente.

Tuttavia l’aspirazione di libertà fermentava  prepotentemente  e se in Sicilia si levava una ribellione Capizzi faceva suo quell’ideale che la fomentava. E’ il caso della famosa rivolta di Masaniello a Napoli, che in Sicilia ebbe il suo rappresentante in Giuseppe Alesi (via). Giuseppe Alesi era nato a Polizzi Generosa nel 1612, di mestiere era battiloro, dopo aver partecipato a Napoli alla sommossa di Masaniello, si mosse a Palermo, insieme a Nino La Pelosa , alla testa dei rivoltosi, si proclamò capitano generale riuscendo a trattare sagge riforme con le autorità. Accusato infondatamente di voler cedere Palermo ai Francesi, perse la simpatia del popolo e il suo potere. Tradito, venne decapitato il 22 agosto 1647 e la rivolta fu soffocata nel sangue. In questo periodo vissero ed operarono a Capizzi  i pittori Giacomo Berna e il figlio Benedetto Berna (piazza), apprezzati artisti le cui opere sono presenti nelle due chiese principali. Ganguzza(piazza). Abate dottore in teologia, morto nel 1663. Lodato per la sua vasta erudizione dal Mongitore, dall’Amico e da altri storici. In questo secolo fu attivo un Tribunale della Santa Inquisizione (via) e la relativa pubblica gogna Piazza del Collare di Ferro; la piazza è antistante la chiesa di Sant’Antonio Abate dove, nel 1701 i Gesuiti fondarono la congregazione di Santa Maria del Fervore. Via (dei) Miseremini, ci riporta alla sede di un’altra confraternita, dedicata alle anime del Purgatorio. Queste Confraternite erano molto diffuse in Sicilia, dove venivano chiamate “Confraternite dei Miseremini”. Castronovo (via). Abate Castronovo, fu un benefattore e insieme a Caterina Principato fondò nel 1791 il Collegio delle Figlie di Maria sul vecchio ospedale dei pellegrini. Via Arcangeli: in questo luogo oggi approssimativamente occupato dal poliambulatorio in Piazza Mercato, sorgeva un convento detto “Ritiro Dei Preti”, fondato da San Bernardino da Siena, nel quale stettero per lungo tempo i Religiosi dell’Osservanza di S.Francesco. Poi, agli inizi del XVI secolo questi andarono a convivere nel convento abbandonato dai Minori Conventuali. Da questo Ritiro uscirono i rinomatissimi due religiosi detti Arcangeli, Patriarchi, uno dopo l’altro della Città di Costantinopoli, come  assicurano le Cronache dell’Ordine Francescano. Via Sepolcri, portava ad un cimitero della Compagnia dei Bianchi, edificato nel 1750 in aderenza alla parte Nord  della chiesa Madre. Via Teatro: dice il Russo, nella sua Monografia della Città di Capizzi, Antica e Moderna, che “Tra secolari, vari spiccano da filodrammatici nel piccolo, ma decente teatro da più anni costrutto dal cav. D.Giuseppe Russo e confermano che nel paese vi è coltura intellettuale e civiltà” e, con la via Musici si conferma pure l’amore per questa arte.

Ma l’aspirazione di libertà e indipendenza è sotterranea e mai completamente sopita, ne è la prova il fermento popolare  e le ambizioni liberali di una borghesia illuminata e colta che, nel secolo XIX a Capizzi, dà energica testimonianza di sé, facendo suo l’ideale di un Risorgimento fatto di intenti e di interessi comuni, propositi che anelavano al divincolarsi del potere feudale e di quello clericale ancora più sotterraneo e subdolo. Gli eroi di questo tempo furono i capipopolo che qua e là facevano levare sommosse o valorosi che diedero in cambio la loro stessa vita. Capizzi non si sottrasse a queste aspirazioni sovvertitrici, approvò e condivise il grande ideale di unità di un popolo oppresso, celebrò nella sua toponomastica modelli e utopie ed ecco che si intitolò una via Bandiera, via Libertà, Via Progresso, via Indipendenza, Via Lutezia (antico nome di Parigi),via Blanch, Piazza della Rivoluzione 1821, via Ferrucci, via I° Settembre. Grande eco ebbe a Capizzi la Rivoluzione di Napoli del 1821 e il suo fallimento. In questa rivoluzione combattè, contro i francesi Luigi Blanch, militare nato a Lucera nel 1784. Fallita la sommossa, abbandonò la carriera militare e si diede agli studi, scrisse “Memorie sugli avvenimenti del Regno di Napoli al 1821. Nei suoi scritti fece un attento esame delle idee antigiacobine che il popolo di Napoli nutriva e come lo stesso popolo vedeva in quelle idee, la fine della propria identità e della propria cultura e di come, queste tradizioni, contribuivano a tenere saldo il potere della monarchia borbonica. Blanch venne esiliato dal 1823 al 1825 per propaganda di idee sovversive. Piazza Rivoluzione 1821. Sulla scia di avvenimenti insurrezionali avvenuti in Europa, anche in Italia si moltiplicarono i primi tentativi rivoltosi: nel luglio 1820 a Napoli e in Sicilia andarono organizzandosi gruppi ribelli; nel marzo 1821 scoppiò la rivoluzione in Piemonte. Quei moti, che miravano ad ottenere una Costituzione e l’indipendenza dalla straniero, erano però destinati a spegnersi: nel napoletano intervennero truppe austriache fatte chiamare dal re Ferdinando, e i rivoltosi  vennero sbaragliati; in Piemonte i ribelli, che non avevano come obiettivo il ribaltare la monarchia sabauda, anzi chiedevano al re di unificare l’Italia, furono sconfitti; vennero eseguite alcune condanne a morte e in molti furono costretti a fuggire. Nel Lombardo-Veneto la scoperta di alcune società segrete, portò a processi e condanne contro molti degli oppositori del dominio austriaco. Vicolo Ferrucci. Le vicende che videro Ferrucci protagonista si svolsero durante l’assedio di Firenze del 12 ottobre 1529 al 12 agosto 1530, ad opera delle milizie imperiali di Carlo V. Ferrucci  divenne celebre per la strenua difesa che oppose agli imperiali. Il suo sacrificio è diventato, in epoca risorgimentale, un emblema  del sentimento di orgoglio nazionale tanto che perfino Mameli lo cita nel suo famoso Inno. Ferrucci, ferito e catturato il 3 agosto 1530, già gravemente infermo, fu portato al cospetto del comandante Fabrizio Maramaldo, e qui pronuncia la famosa frase: “Vile tu uccidi un uomo morto!”

La via I° Settembre, la più estesa arteria urbana, è la strada che inanella il Monte Verna ed è attribuita ad una rivolta, prontamente repressa a Messina, nel 1847. Il I° e il 2 di settembre 1847, i fratelli messinesi Domenico e Giannandrea Romeo insieme al nipote Pietro Aristeo e al cugino Stefano, dapprima fecero sventolare il tricolore nella piazza di Santo Stefano in Aspromonte e il due di settembre, alla testa di cinquecento seguaci, presero Reggio Calabria istituendovi un governo provvisorio. Tuttavia era mancata l’unità di intenti e il segreto era stato tradito, a muoversi furono solo i Romeo. A Messina il Comitato d’azione si scisse in due tronconi e l’azione da questi attuata il I° Settembre fu prontamente schiacciata  e la repressione fu durissima. Sull’eco di quella sommossa il popolo di Capizzi si levò contro gli iniqui esattori della ancora più iniqua tassa sul macinato e la notte tra il due e il tre di settembre 1848 i Capitini si levarono contro la nobiltà e, tra le vie buie gli insorti si distinguevano col saluto “viva Sant’Antonino”, mentre il cupo suono delle brogne echeggiava sulla cima del Verna, a chiamare gli insorti. Gli esattori furono trucidati e Capizzi rischiò di essere distrutta dall’esercito del Principe di Satriano. Sul Comune gravò per quasi un secolo il pesante onere di vitalizi e risarcimenti ai superstiti. All’Italia unita, infine, Capizzi dedicò la via Roma, fino ad allora Via Herbita- Kalacta (Nicosia-Caronia). Un concittadino illustre, morto nel 1873, fu (via) Natale Gullo, scrisse: La vita militare; La rivoluzione del 1849; Sulle Alpi; Traduzione in versi dei profeti Nahum e Geremia. Salvatore Pagliaro Bordone(Via), nato a Capizzi il 18 aprile 1843, morto a Capizzi nel 1925, fu un uomo di cultura cosmopolita, strenuo oppositore della massoneria, apprezzato storico e filosofo, pubblicista e uomo di grande valore intellettuale. Scrisse numerosi libri ed è soggetto di particolare interesse per numerosi  studiosi di oggi.

Alcuni toponimi, sia nell’abitato che nel territorio testimoniano edifici di culto non più esistenti, come Via S.Sofia, contrada Scimone (corrotto di San Simeone) Contrada San Miceli  (corrotto di San Michele), Zaccaria (San Zaccaria) Riviera del Priorato (corrotto Pirato), dove Riviera viene intesa come zona scoscesa, spesso terrazzata; il termine è di origine Golloitalica . La chiesa di San Giovanni  Battista era vicina alla chiesa di San Pietro, il Russo la ritiene ricadente all’interno di un circuito di mura; forse chiesa paleocristiana, poteva essere stata la prima chiesa madre di Capizzi. Racconta la leggenda che all’interno, vi si custodiva una statua miracolosa della “Madonna della Porziuncola” e che, a chi avesse chiesto grazie, facendo per tre volte il giro dell’edificio, ne avrebbe ottenuto beneficio. Marareca termine corrotto di Maria Greca, attribuito alla presenza di una Pieve, situata sulla trazzera Regia Ragusa-Palermo, dove Greca sta per  “la Bizantina”. Era una chiesa dedicata alla Madonna dell’Itria o Odigitria, il cui culto, in epoca medioevale, era presente in ogni parte della Sicilia. Alcuni toponimi testimoniano edifici o destinazioni d’uso non più esistenti come Discesa del Carcere, o Chiasso del Fortino (corrotto Fortuna), Piazza dell’Oratorio o Pasco Chiaruzzo (letteralmente Campicello del Chiaruzzo). Piace pensare che, proprio sotto le mura del castello, quasi adiacente alla porte di un fortilizio, faceva timore un Manganello (via), posto in quel punto strategico a tenere pronte le difese in caso di attacco nemico. Il Manganello era una antica e grossa macchina da guerra medioevale, una sorta di catapulta. Altri toponimi ci testimoniano antichi mestieri, attività, opifici, come: Via Conceria, via Scalpellino, via Levatrice,Via dell’Economo, Via Albergatore, Angiporto dell’Aromatario, Piazza Bovaria (antico mercato del bestiame). Interessante è la toponomastica che riporta i nomi o gli appellativi popolari degli abitanti, il  gruppo familiare o clan predominante nel quartiere, ad esempio: via (dei) Geraci Sareri, via (dei) Milia, via (dei) Pagani ecc.. Le famiglie mantenevano forte il sodalizio tra gli affini, anche lontani, e cercavano di permanere nello stesso vicinato. In questo modo veniva garantito il tramandarsi di tradizioni peculiari del clan, ci si assicurava il mutuo soccorso nei momenti di necessità, ci si aiutava vicendevolmente nei duri lavori domestici e spesso, purtroppo, si facilitavano i matrimoni tra consanguinei. Alcuni toponimi hanno derivazioni longobarde come Pirozaffo (bastone appuntito), Barma  (sotto la roccia o caverna). Altri toponimi hanno derivazione araba come  Raffo (luogo posto in alto), alcuni di origine Catalana come (via) Gralla (strumento musicale a fiato, tipico del folklore catalano), alcuni di origine latina come Birruso  o Bidi.

Alcune contrade portano nel nome la loro peculiarità come: Canneto, Giunchera, Saliceta, Nespola, Pomiero, Cerasa, Mendola, Oliveri, Sambuco,Filicia, Albano, Crescione. Come visitatori che riescono a vedere solo alcune delle tante cose nascoste e sconosciute, si esce da questo luoghi,  sperando che altri possano scoprire tanto e tanto ancora e che tutto ciò è stato come un gioco appassionante  e stimolante. Uscendo da questa magnifica Città  ci si sofferma alle tre Croci e, seduti sul  Rialzo Bellosguardo, si può ammirare l’Etna che, come un’isola che emerge dalle nuvole ci mostra da sempre la sua perenne contraddizione.

Marianna Fascetto

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