Filed Under (Luoghi dell'abitare, Miti, linguaggi) by Antonino Teramo on 15-11-2009
Innumerevoli i segni e le reliquie del passato. Capita, talvolta, di passarvi accanto, di osservarle distrattamente senza comprenderne la rilevanza storica, senza avvertirne il peso culturale.
Le campagne dei Nebrodi sono un luogo eminente in tal senso. Vi si trovano disseminate, nei pressi di Montalbano Elicona (ma anche nei territori di Tripi, Floresta, Roccella Valdemone), numerose piccole costruzioni rurali a pianta circolare costruite con pietre a secco e coperte con una rudimentale cupola. Alcune di esse sono molto basse, tanto che per entrarvi bisogna abbassarsi ed oltrepassare l’ingresso a carponi o addirittura bisogna starvi in posizione distesa. Hanno in comune molti caratteri tecnici ed estetici tanto che è possibile accomunarli in un’unica tipologia. Queste costruzioni vengono dette cubburi nel dialetto di Montalbano Elicona, ed assumono denominazioni dialettali diverse a secondo del territorio in cui si trovano (casotti, stazzi, cuba). Molti di questi cubburi risalgono ad epoca remota e sono riconducibili a popolazioni pre-elleniche che nei tempi antichi abitavano la Sicilia. Altri manufatti della stessa tipologia invece sono di epoca relativamente recente: alcuni sono stati datati al tempo della dominazione musulmana della Sicilia (IX secolo) ed è possibile fare questa deduzione da piccole varianti architettoniche come l’altezza del manufatto o la forma della cupola leggermente diversa. La loro costruzione è accertata anche in periodi molto più recenti: vi sono casi anche di cubburi costruiti nel XIX secolo, ma la loro forma è molto più simile a quella di un insediamento abitativo.
E’ possibile dedurre quindi che l’uso e la struttura di vari manufatti cambiò nel corso delle varie epoche prestandosi ad esigenze diverse e adattandosi a nuovi usi. Le ipotesi sull’uso originario di tali costruzioni sono diverse: mancano in tal senso studi approfonditi nell’ambito dell’antropologia culturale e delle scienze storiche, quindi è possibile solo elencare una serie di ipotesi sull’utilizzo che ne fecero le popolazioni che le edificarono. Vi è chi ha ipotizzato che si trattasse di tombe e ciò spiegherebbe la loro bassa altezza visto che sarebbero state destinate ad accogliere i corpi in posizione fetale: un tumulo di pietre che grazie alla cupoletta non gravava col proprio peso sul corpo del defunto. A sostegno di questa tesi l’etimologia del termine cubburo che deriverebbe dal latino cubescere, cioè dormire in posizione raccolta. Altri vorrebbero invece che si trattasse di preistorici insediamenti abitativi o addirittura militari, considerando talvolta la loro ubicazione come punti di osservazione. Sul loro uso originario non vi sono quindi certezze; in seguito invece sembra siano diventati ricoveri per i pastori che vi trascorrevano la notte quando portavano il bestiame a pascolare in quei luoghi.
Se dal punto di vista dell’antropologia culturale e delle scienze storiche gli studi sono stati carenti, vi sono invece molti approfondimenti nel campo dell’ingegneria e dell’architettura. Ci sono studi condotti in questo ambito da illustri ricercatori (si vedano in particolare i lavori del prof. Pietro Imbornone della Facoltà d’Ingegneria dell’Università di Palermo, che ha pubblicato i suoi studi nel dicembre 1994 nella rivista semestrale di architettura ed arte Demetra) grazie ai quali si è venuti a conoscenza delle tecniche di costruzione dei materiali impiegati. I cubburi sono costituiti da muri perimetrali portanti costruiti a secco, fatti con pietre squadrate in modo rudimentale e di forma non omogenea disposte in anelli; l’ingresso è realizzato con la collocazione di uno o due architravi poggiati sulla muratura perimetrale e la copertura è costituita con pietre di varia natura, stratificate, agevolmente sezionate in lastre e adatte alla formazione di anelli regolari e concentrici, ogni pietra della copertura sporge a mensola su quelle inferiori ed è sfalsata rispetto a quelle degli anelli adiacenti. Sull’anello superiore è poggiata una lastra a chiusura del vuoto centrale. La particolarità strutturale di queste costruzioni è legata alla copertura: la pseudo-cupola, che segna il passaggio intermedio dal sistema trilite al sistema ad arco, avvenuto in tutto il bacino del Mediterraneo in periodo pregreco. Tale pseudo-cupola accomuna quindi nella tecnica costruttiva i cubburi ad altre costruzioni che possono essere databili alla stessa epoca come i trulli pugliesi, le caciare abruzzesi, o le ancora più famose tholoi di Micene. A tal proposito è bene spiegare che il termine Tholos, che indica nello specifico le tombe ipogee di Micene, ha assunto in archeologia il significato di “copertura ogivale”, facendo rientrare quindi in questa tipologia anche altre costruzioni, come i cubburi, i nuraghi, ed i già citati trulli e caciare. Il termine però – vale la pena di sottolinearlo – indica un’analogia architettonica relativa alla copertura delle costruzioni e non un legame storico e culturale con la civiltà Micenea.
Caratteristica importante dei cubburi è la capacità termica, infatti è significativa la differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno; inoltre all’interno di molte di queste costruzioni sono presenti piccole nicchie, utilizzate probabilmente per appoggiare oggetti. Questi sono senza dubbio dati in favore di chi ritiene che i “capanni a Tholos” dei Nebrodi abbiano avuto un uso abitativo.
La pietra utilizzata è un’arenaria quarzosa micacea con cemento calcareo ed elementi litoidi, una pietra che affiora negli stessi luoghi di costruzione ed è facilmente lavorabile, per tali motivi veniva impiegata con poche modifiche e semplici adattamenti.
Sarebbe molto interessante incrociare gli studi sui Cubburi dei Nebrodi con eventuali studi su altre costruzioni simili presenti in molte altre campagne della Sicilia, per stabilire se, oltre che dal punto di vista delle tecniche di costruzione vi siano, si possano ricostruire, da un punto di vista storico, le tracce di un’unica civiltà. Certo non è possibile ignorare, per restare alla zona di Montalbano, tracce di epoca preistorica che potrebbero essere messe in rapporto con i cubburi, come ad esempio l’imponente e suggestivo complesso megalitico dell’Argimusco (dal greco argimoschion, altopiano delle grandi propaggini) costituito da gigantesche rocce modificate da mano umana e probabilmente sede di riti religiosi. Notevole è anche la Mandurra Gesuittu, ovile ciclopico costituito da enormi blocchi di origine antichissima e situato nei pressi di Portella Zilla, lungo la strada che da Polverello conduce a Montalbano. Luoghi senza dubbio molto suggestivi che hanno ispirato in passato i miti ma anche la fantasia di scrittori. Luoghi che oggi attirano per il loro fascino e che meriterebbero maggiori studi.
Lo scorso 13 settembre il consorzio intercomunale “Tindari Nebrodi” ha inaugurato il cosiddetto “Itinerario delle Tholos”: un piano per il recupero e la valorizzazione di queste costruzioni rurali caratteristiche dei Nebrodi. I quattro comuni titolari dell’iniziativa (San Piero Patti, Montalbano Elicona, Raccuja e Floresta) hanno redatto e messo in opera un progetto con lo scopo di salvaguardare e valorizzare le antiche costruzioni di pietra. Un primo aspetto che può essere rilevato – certamente positivo - è il censimento e la catalogazione dei 78 cubburi presenti nel territorio dei quattro comuni del consorzio. Ogni singola costruzione è stata censita e catalogata con un’apposita scheda di catalogazione che riporta la documentazione fotografica del manufatto e ne riassume le caratteristiche principali. Per quanto riguarda il recupero e la fruizione sono stati fatti interventi su 12 manufatti: ad interventi utili come la pulitura, la ricollocazione di pezzi mancanti e la ricostruzione ove necessario di parti di muratura, si sono sommati interventi forse troppo invasivi come il muretto di pietrame di bassa altezza che circonda i cubburi che dovrebbe favorirne la fruizione fungendo di volta in volta da sedile, percorso o segnale ma che modifica sensibilmente il paesaggio che prima era caratterizzato da un’armonizzazione tra manufatti e natura. Altri muretti delimitano i sentieri che ricalcano i percorsi preesistenti modificando ancora il paesaggio. Forse era il caso di essere meno invasivi e non esagerare con la costruzione di muretti, magari realizzando strutture che possono anche essere rimosse con facilità o che hanno un impatto ambientale minore, come per esempio staccionate in legno.
Nel progetto è stata anche realizzata un’adeguata segnalazione dei luoghi e dei sentieri anche se anche qui talvolta i cartelli sembrano essere invasivi in particolare quelli in prossimità degli stessi cubburi. Sono stati anche costruiti dei punti di osservazione ancora con muri che dovrebbero fungere da “paraocchi” per orientare lo sguardo del turista sulla collocazione delle varie tholoi.
Rimane, in definitiva, solo una perplessità: nel progetto e nella cartellonistica i manufatti sono stati chiamati Tholos. Ora, a parte il fatto che forse sarebbe stato più corretto chiamarli, al plurale, Tholoi, questa denominazione sembra non adattarsi pienamente alla cultura dei luoghi. Appare troppo generica. Anche solo per finalità turistiche, e non soltanto per ragioni, diciamo, di fedeltà toponomastica, sarebbe stato più opportuno mantenere la denominazione dialettale. Scelte analoghe (si pensi al caso dei trulli o dei nuraghi) si sono dimostrate, alla fin fine, indovinate e vincenti.
Antonino Teramo





Anche se un po’ datato segnalo la mia pagina a proposito delle “tholos” come piccolo contributo visto dagli occhi del turista legato alle sue radici. Si può cliccare su http://www.pietroficarra.eu/struttura/html/san_piero_patti/san_piero_discussioni.html#a_proposito_di_tholos
Cordiali saluti
Pietro Ficarra