Filed Under (Luoghi dell'abitare, Persone) by Giuseppe Spitaleri on 15-01-2010
Questo prezioso dipinto su legno, che misura circa 1.80 metri in lunghezza, è senza alcun dubbio l’opera d’arte più notevole che si trova nella chiesa Madre di Cesarò. Essa è collocata in un altare posto al centro della navata sinistra, in una nicchia a sagoma di croce latina, dove oltre alla croce è posta una statua in legno di autore ignoto, raffigurante la Madonna Addolorata. Per quanto attiene alla sua provenienza, una tradizione ancora viva in paese riferisce che essa fu trovata tra le rovine del monastero di S. Elia di Ambulà, situato in territorio di Cesarò (anticamente, come dice il Pirri, appartenente a Troina) ed ora completamente distrutto. Ettore Ximenes l’attribuì a scuola pregiottesca (così riferisce lo storico Francesco Schifani). Altri hanno riscontrato caratteristiche proprie invece della scuola di Giotto. Lo studio di Enzo Maganuco (siciliano, di Acate) è, con molta probabilità, il primo punto di riferimento sicuro che abbiamo (si veda E. Maganuco, Opere d’arte della Sicilia inedite e malnote, Catania, 1944, p. 70). Egli la ritiene frutto dell’età più bella della scuola di pittura quattrocentesca siciliana.
Mostra infatti molte caratteristiche tipiche di questa scuola di pittura: la tensione, marcata, dei muscoli della braccia; l’addome largo, alla maniera bizantina; il costato, sul lato destro, squarciato da una profonda ferita. Da essa promana una luce delicata, quasi ieratica, come se il dolore e lo strazio fossero in qualche modo ricomposti e sublimati nella misura dell’arte. L’autore, attraverso la tecnica a lumeggiature aureate, ha saputo infondere una atmosfera di spiritualizzazione sovraumana. Il capo del Cristo è serenamente abbandonato sulla spalla destra. Il volto composto nel sonno della morte, senza spasimi o contrazioni violente, è indizio di un dolore pacato, quasi rasserenato. Sublimato. La croce è contornata da un’artistica cornice di legno dorato, esempio elevato del processo di granitura su foglia d’oro, del secolo XV. Difatti, volute spiraliformi contornano l’articolato perimetro dell’opera (da cui emerge il chiaro corpo di Cristo) e mostrano sapienti equilibri tra le superfici dipinte e quelle dorate, riproponendo con altre istanze e contenuti lo stesso procedimento, quello appunto della granitura (cfr. B. Scalisi, G. Bonanno (a cura di), Arte sacra sui Nebrodi, Patti, 1998, p. 77). La resa pittorica tende ad effetti di fusione cromatica, ottenuti attraverso la stesura di un colore unico, su cui sono state sovrapposte le tinte scure e quelle chiare, per rendere i volumi del corpo, del panneggio e del raffinato volto di Cristo.
Giuseppe Spitaleri






