Filed Under (Il cotto e il crudo, Luoghi dell'abitare, Persone) by Antonino Teramo on 15-02-2010
Sono trascorsi quindici anni ormai da quando, nell’agosto del 1986, si tenne a Ficarra nel convento dei frati minori osservanti il “1° Congresso di storia medioevale, moderna e contemporanea dei Nebrodi”, voluto dal prof. Giuseppe Celona. Parteciparono, come relatori, vari esponenti del mondo accademico e culturale. Tra gli interventi di rilievo, quello di Achille Passalacqua, che presentò un lavoro sulla storia ed il carattere dell’uomo dei Nebrodi. Lavoro poi pubblicato, con le altre relazioni di quel congresso, nel volume “Storia dei Nebrodi” a cura di Giuseppe Celona (Pungitopo editore, Patti-Messina, 1987, pagg. 151-155).
Achille Passalacqua si è spento prematuramente , a soli 53 anni, dopo lunga malattia, il 28 ottobre 2009. Era un sacerdote cattolico, mistrettese, ordinato direttamente da Giovanni Paolo II nella Basilica di S.Pietro a Roma nel 1984. Ma se molti lo ricordano come prete combattivo impegnato nelle varie attività parrocchiali, altri lo hanno conosciuto sotto un profilo diverso, come uomo di cultura. Fu infatti anche scrittore, storico, ricercatore, giornalista. Ha pubblicato numerosi articoli e studi in varie riviste e nella terza pagina, la pagina culturale, della Gazzetta del Sud, dimostrando di sapere usare e conoscere il materiale documentario degli archivi locali, comunali, parrocchiali, diocesani, provinciali e regionali. Sono in parecchi a ricordare alcuni suoi interventi ripresi dal quotidiano Avvenire e da Radio Maria su argomenti d’attualità. Achille Passalacqua aveva avuto in giovinezza anche esperienze teatrali, suonava l’organo con abilità, amava la musica, il canto corale e la polifonia. Era quindi un uomo di cultura a tutto tondo, che dimostrava sia di saper conoscere e interpretare i documenti più antichi degli archivi ma anche di saper leggere con acutezza i fatti contemporanei. Impossibile non ricordare il compito egregiamente svolto di primo direttore di Radio Tindari, la fondazione di un’associazione per le vittime della strada, i riconoscimenti di prestigio ricevuti da parte del “Lions Club” di S. Agata Militello e le conferenze che ebbe modo di tenere per questa associazione. Non è possibile altresì tacere la sua amicizia con don Pino Puglisi, parroco del quartiere palermitano di Brancaccio ucciso dalla mafia.
Di fronte ad una così prolifica attività culturale è certamente importante far notare che questa sia stata esercitata solo a margine ed a complemento di quella che era la sua attività pastorale di sacerdote, occupazione a cui non si sottraeva mai. La sua vita sembra così essere stata vissuta pienamente assolvendo anche il compito di evangelizzazione della cultura, anzi sarebbe meglio dire la dimostrazione di una fede che si fa cultura, nel senso più ampio del termine, seguendo direttamente le indicazioni del magistero di Giovanni Paolo II.
Il titolo che il sacerdote e studioso mistrettese volle dare al suo studio presentato durante il congresso di Ficarra è significativo: “La civiltà dell’Homo Nebrodensis”, mettendo fin da subito in risalto come, a livello antropologico-culturale, l’uomo dei Nebrodi sembri presentare qualcosa di diverso, qualcosa di talmente caratterizzante da farlo definire fondatore e al tempo stesso componente di una “civiltà”.
Non si tratta di una stravaganza letteraria, frutto di una ormai esaurita concretezza delle idee, anche se il clima culturale e storiografico attuale spesso rivisita in forma nostalgica il passato essendo la maggior parte delle volte ormai incapace di produrre nuove idee e nuove prospettive. Ma il discorso dell’ homo nebrodensis ha un fondamento e delle motivazioni che lo studioso mistrettese argomenta accuratamente, fornendo una bella e stimolante analisi antropologica.
La prima di queste motivazioni consiste nella peculiarità della vicenda storica dell’uomo dei Nebrodi. L’uomo vissuto sui Nebrodi nel corso della storia, pur trovandosi sempre nel contesto isolano, ha goduto sempre di una certa autonomia, un’ appartenenza e dipendenza da se stesso. Certo le vicende storiche della Sicilia non poterono non influire sul territorio abitato dall’ uomo dei Nebrodi ma è pur vero che mai questo territorio subì in modo globale, esclusivo, immediato alcuna civiltà d’importazione. I diversi passaggi, gli “assorbimenti” di elementi allotri avvennero, sui Nebrodi, con maggiore lentezza che altrove.
Un esempio può essere quello dei Cartaginesi sconfitti a Imera nel 480 a.C. , rifugiatisi poi nelle alture nebroidee e madonite, da dove continuarono per secoli la loro civiltà. Quando la cultura greca cominciò ad imporsi in Sicilia, nell’entroterra nebroideo – quasi un’isola culturale – rimase una diffidenza antiellenica della Sicilia. Amestratus, l’antica Mistretta, fu l’ultima roccaforte punica a cedere ai Romani, dopo un lungo e difficile assedio, nel 257 a.C. “E quando la latinizzazione della Sicilia sembrava già cosa fatta, quest’uomo dei Nebrodi, quasi per ironia o idiosincrasia, o saggezza ormai collaudata, si ostinava a parlare greco, evidenziando ancora una volta il suo connaturato e volontario ritardo nell’assimilazione di culture nuove, esterne”. Anche la nuova religione cristiana faticò a conquistare i Nebrodi, solo nel VI secolo abbiamo un vescovato a Tyndaris ed uno ad Halaesa, entrambi terminati con la distruzione musulmana. I Nebrodi, “i boschi dei cerbiatti, le montagne, i villaggi arrampicati sulle rocche più impervie[…] sentivano molto più mitigate le voci del nuovo verbo religioso. Ecco che i Nebrodi sono arrivati per ultimi nella conoscenza del Vangelo, e come sempre hanno potuto conservare molto più patrimonio passato, rispetto ad altre zone”. E così quando i saraceni sembrano aver quasi cancellato il cristianesimo dall’isola l’uomo dei Nebrodi resiste più a lungo e riesce a conservare molto più di quanto si riesce altrove.
Esattamente al centro del saggio sembra esserci a questo punto l’aspetto fondamentale che deriva da questa prima motivazione: “Gli affreschi bizantini di S.Marco, le storie ancora inesplorate degli archivi basiliani di Demenna e S.Angelo, gli inediti scambi commerciali e culturali con l’Oriente bizantino (S.Calogero, S.Filippo d’Agira, S.Luca di Demenna, S.Lorenzo da Frazzanò, S.Cono da Naso) sono la testimonianza, rarissima in Sicilia, che l’homo nebrodensis si caratterizza per questa capacità di riflettere, di moderarsi, di agire consapevolmente e con lucidità, perché la storia sia vissuta più che subita, perché la verità sia frutto di saggio discernimento, anziché di rozza prepotenza o di facile incanto, perché la cultura parta dal soggetto e non il contrario, perché la collettività sia sede produttiva di idee, col legittimo e personale apporto dei singoli”.
Detto ciò lo studioso continua il suo excursus passando all’epoca moderna e notando come, a conferma di quanto finora notato, si sia svolta una continua lotta da parte dell’uomo dei Nebrodi per conservare il suo originale patrimonio culturale specialmente nel campo religioso, gradualmente distaccato da quello politico per effetto dell’epoca moderna.
La seconda motivazione consiste nella peculiarietà del carattere dell’homo nebrodensis.
L’uomo dei Nebrodi, come tutti, è stato plasmato dalla storia e tenta di essere artefice della storia stessa. Possiede dunque delle caratteristiche particolari: è meditativo, è freddo e rigoroso, disincantato sebbene abbia assorbito i lati positivi dell’intraprendenza dei Cartaginesi, dell’ospitalità dei Greci e della concretezza dei Romani: “L’uomo dei Nebrodi, dalla sua travagliata storia, ha imparato a fidarsi solo della religione; e nell’ambito religioso ha operato sorprendenti sincretismi, andando oltre il puro confessionalismo, anzi, arricchendolo di rigogliose fronde di ceppo cristiano, senza nascondere del resto, le robuste radici pre-cristiane e pre-pagane”. Passalacqua, a questo punto, introduce il tema della religiosità nei paesini dei Nebrodi, quello straordinario sincretismo che stupisce e coinvolge durante le manifestazioni religiose, feste, riti e pellegrinaggi che si svolgono ancora oggi dopo secoli. La dimensione religiosa, fondamentalmente, si articola in quattro grandi dimensioni: famiglia, lavoro, pace, festa.
La famiglia in quanto luogo della vita è venerata è rispettata, così come il lavoro: “si dice che tortoriciani e amastratini ce ne siano in ogni angolo della terra, a lavorare e a far fortuna”. L’uomo dei Nebrodi ama la pace, anche se in alcuni momenti della storia ha vissuto fasi di particolare tensione (a questo proposito Achille Passalacqua sollecita nuove e più approfondite ricerche storiche sul fenomeno criminale che tra il 1890 ed il 1920 interessò il circondario di Mistretta).
Infine l’uomo dei Nebrodi ama la festa: il repertorio delle feste nebroidee “è il più ricco, il più variopinto, il più antico dell’isola: dai Giganti di Mistretta a S.Teodoro di Sorrentini a S.Calogero, ai muzzuni di Alcara, alle verginelle di Tortrici-Floresta, ai babbaluti di S.Marco, ai Giudei di S.Fratello, ai busci di Mistretta, al S.Giacomo di Capizzi”.
Una ricerca, in definitiva, interessante e ricca di spunti, quella di Passalacqua, che cerca di disegnare i tratti dell’Homo Nebrodensis visto come “esempio di sintesi di valori, di esperienze e di proposte umane ineludibili e affascinanti, poiché ancorate all’essenza eterna dell’uomo”.
Una ricerca che ancora oggi, a distanza di quindici anni, meriterebbe, forse, di essere portata avanti.
Antonino Teramo
* Le foto presenti nell’articolo sono tratte da:
F. Riccobono, L’arte dei pastori, Pungitopo, Patti, 1992





