Editoriale
La cultura di un popolo è la sua forma di vita, i molteplici modi in cui i singoli costruiscono gli spazi del loro abitare. Secondo tre direttrici fondamentali: tempo, luogo e linguaggio. Nel tempo, innanzitutto, nasce e si definisce la sfera dei valori collettivi. Idealità, principi morali, stili di vita sono prima di tutto il frutto dell’età cui si appartiene, il risultato di una continua interazione, di uno scambio dialettico tra ciò che è e ciò che è stato; tra la dimensione, attuale, del permanere e quella, passata, della provenienza; tra le pressioni e le spinte della contingenza e quelle della identità storica costituita.
Questa dinamica, a sua volta, non si esplica, per così dire, su un piano astratto, ma riceve la sua determinazione concreta proprio dalla specificità del tópos, si marca e si sostanzia della materialità dei luoghi, della loro forza, al tempo stesso costrittiva e liberante. Il declinare d’una collina, il percorso di un fiume, la cresta di una fitta boscaglia, la superficie levigata di uno specchio d’acqua, e poi i colori, i suoni, gli odori: tutto concorre a fissare una prospettiva, a definire le modalità di uno sguardo. La vita, così, prende forma. L’identità acquisisce la sua fisionomia.
Tutto questo, però, non sarebbe possibile senza quella dimensione che più di tutte individua l’umano: il linguaggio. È nel linguaggio che nasce la prospettiva degli uomini, la loro apertura verso i mondi storici. È lì che riceve forma e sostanza il modo in cui vengono tracciati i confini dello spazio in rapporto al proprio impulso di vita. È nel linguaggio che trova espressione la serie infinita di gesti, opere, rapporti, situazioni che animano la vita d’ogni giorno. È nel linguaggio, infine, che si costruisce il racconto della identità collettiva: ciò che è stato, a partire da ciò che è, e in rapporto a ciò che, possibilmente, sarà.
Gli uomini sono, potremmo dire, animali storici. Hanno continuamente bisogno di trame da tessere e di narrazioni da sviluppare. Per dare una direzione ed una prospettiva al presente, altrimenti muto, informe, bloccato in uno stato di completa immobilità. In questo senso, allora, paiono ancora insuperate le parole di Benedetto Croce, secondo cui “ogni storia è storia contemporanea”. Sempre e comunque. Finché il sole risplenderà sulle vicende umane.



